Il Pinguino Paleolitico di Grotta Paglicci non era solo, con lui vivevano Cavalli, Uri, Uccelli, Cervidi, Leoni, Iene e Stambecchi.

PinguinoGrottaPaglicci

Il ritrovamento dell’immagine di un uccello marino simile a un pinguino (nello specifico, un Alca impenne) a Grotta Paglicci è uno dei dati più affascinanti della paletnologia italiana, poiché funge da vero e proprio “termometro” dell’era glaciale.

Ecco i dettagli scientifici sull’opera e il motivo della sua presenza:

1. L’Epoca e lo Stile

Il graffito dell’alca è inciso su un osso (un bacino di cavallo o di bue selvatico) e risale all’Epigravettiano antico, circa 18.000 – 20.000 anni fa. Ci troviamo nel pieno dell’Ultimo Massimo Glaciale, il periodo di massimo freddo dell’ultima glaciazione.

2. Perché un “pinguino” sul Gargano?

In realtà, non si tratta di un pinguino antartico, ma dell’Alca impenne (Pinguinus impennis), un uccello nordico oggi estinto che occupava una nicchia ecologica simile. La sua presenza a Grotta Paglicci è spiegata da fattori climatici e ambientali:

  • Clima Glaciale: Durante l’ultima glaciazione, le temperature del Mediterraneo erano drasticamente più basse. Le specie “artiche” o nord-atlantiche scesero a latitudini molto più meridionali per trovare rifugio.
  • Abbassamento del livello del mare: Con i ghiacciai che intrappolavano enormi quantità d’acqua, il livello del mare Adriatico era molto più basso (circa 100-120 metri meno di oggi). Il Gargano non era un promontorio isolato, ma una zona elevata che dominava una vasta pianura costiera.
  • Osservazione diretta: L’artista paleolitico disegnò l’animale perché lo vedeva lungo le coste allora esistenti. Gli uccelli marini frequentavano le scogliere e le spiagge adriatiche, diventando prede o semplicemente soggetti di osservazione per i cacciatori-raccoglitori della zona.

3. Significato dell’opera

Il disegno non è solo una prova climatica, ma conferma l’incredibile realismo e spirito d’osservazione dei Sapiens di Paglicci. Rappresentare un uccello marino in una grotta che oggi associamo a un clima mediterraneo ci ricorda che il paesaggio del Paleolitico era simile a una steppa fredda, dove l’attuale Puglia ospitava una fauna che oggi troveremmo solo vicino al Circolo Polare Artico.

Una curiosità.

Grotta Paglicci è uno dei rarissimi siti al mondo a contenere rappresentazioni di Pinguinus impennis. L’altro esempio celebre è la Grotta Cosquer in Francia, che si trova oggi parzialmente sommersa nel Mediterraneo, confermando che questi uccelli erano abitanti comuni delle nostre coste durante i periodi più freddi della preistoria.

Quali altre specie animali “esotiche” sono state ritrovate tra i graffiti della grotta?

Oltre al celebre “pinguino” (l’Alca impenne), il bestiario di Grotta Paglicci rivela un ecosistema radicalmente diverso da quello attuale. Gli animali raffigurati sulle pareti e sugli oggetti d’arte mobiliare (ossa e pietre incise) appartengono a una fauna di clima rigido e di ambienti aperti, tipici della steppa-tundra.

Ecco gli animali “esotici” (rispetto al panorama mediterraneo odierno) e quelli più rappresentativi rinvenuti nel giacimento:

1. Lo Stambecco (Capra ibex).

È uno dei soggetti più frequenti nelle incisioni di Paglicci. Oggi lo associamo esclusivamente alle alte vette alpine, ma durante il Paleolitico Superiore, a causa del freddo intenso, lo stambecco scese a quote collinari e pianeggianti. Per gli abitanti della grotta, rappresentava una risorsa fondamentale per la carne e le pelli.

2. Il Cavallo selvatico.

Raffigurato con un realismo straordinario, il cavallo di Paglicci era un animale della steppa, simile all’attuale cavallo di Przewalski. È celebre il graffito che mostra un cavallo colpito da frecce o ferite, interpretato come un rito propiziatorio per la caccia. La sua presenza indica che attorno al Gargano si estendevano immense praterie erbose.

3. L’Uro (Bos primigenius).

Il grande bue selvatico, antenato dei nostri bovini domestici, è un altro protagonista delle pareti della grotta. Era un animale imponente e pericoloso, simbolo di forza, che popolava le zone pianeggianti adiacenti al promontorio.

4. Il Cervo Megacero (Megaceros).

Sebbene meno comune rispetto al cervo nobile, sono stati rinvenuti resti di questo cervide gigante, caratterizzato da palchi enormi che potevano raggiungere i 3 metri di ampiezza. È l’emblema della megafauna pleistocenica ormai estinta.

5. Il Leone delle Caverne e la Iena.

Sebbene non sempre protagonisti delle pitture, i resti ossei confermano la presenza di grandi predatori come il Leone delle caverne (Panthera spelaea) e la Iena macchiata, che contendevano all’uomo l’accesso alle grotte e alle prede.

Le Pitture Parietali: i Cavalli in ocra rossa.

Nella “Saletta delle Pitture”, scoperta nel 1961, sono visibili due figure di cavalli dipinte con ocra rossa. Queste opere risalgono a circa 25.000 anni fa (Gravettiano) e sono uniche in Italia: mostrano il corpo punteggiato o riempito di colore, una tecnica che ricorda i celebri cavalli della grotta di Pech-Merle in Francia.

Perché queste scoperte sono importanti?

L’insieme di questi animali ci dice che Grotta Paglicci era un “santuario” dove l’uomo non solo viveva, ma cercava di stabilire una connessione magica o simbolica con una fauna selvatica imponente e spesso pericolosa, in un ambiente che oggi farebbe pensare più ai paesaggi del Nord Europa che a quelli della Puglia.